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POLVERI ATMOSFERICHE

POLVERI ATMOSFERICHE

Cosa sono

Con il termine generico di polveri atmosferiche si intende una miscela di particelle, dette anche PM (dall'inglese Particulate Matter) o PTS (Polveri Totali Sospese), solide e/o liquide, in sospensione in aria (aerosol). Le particelle sono estremamente variabili per dimensioni e composizione. Possono essere emesse in atmosfera come tali (particelle primarie) o derivare da una serie di reazioni chimiche e fisiche che comportano una conversione dei gas in particelle (particelle secondarie). Alcune particelle sono di dimensioni tali da essere visibili, come la fuliggine o il fumo, altre possono essere viste solo al microscopio ottico o elettronico. La classificazione del materiale particellare può essere effettuata secondo diversi criteri: ad esempio il diametro (misurato in micrometri µm, cioè la millesima parte di 1 millimetro) o la sede della deposizione nell'albero respiratorio (vedi tabella), o ancora la composizione. Sulla base delle dimensioni, possiamo individuare due grandi categorie: le particelle fini, con diametro inferiore a 2,5 µm, troppo piccole per sedimentare, che rimangono a lungo in aria e possono essere trasportate a grande distanza e le particelle grossolane, con diametro compreso tra 2,5 e 30 µm (paragonabile a quello di un capello umano, che è compreso tra 50 e 100 µm) che sedimentano nel giro di ore o minuti spesso vicino alla sorgente di emissione. La concentrazione delle particelle in aria viene espressa in µg/m3 (microgrammi per metro cubo).
Le polveri PM10, ad esempio, sono costituite da una miscela di sostanze che includono elementi quali il carbonio, il piombo, il nichel, composti come i nitrati, i solfati o composti organici e miscele complesse come particelle di suolo o gli scarichi dei veicoli soprattutto diesel.

Dove si trovano

Le particelle disperse in aria possono avere un origine naturale o essere originate dall’attività dell’uomo. Le caratteristiche fisico-chimiche del materiale particellare disperso in aria dipendono dal meccanismo di formazione e dal tipo di sorgente. Le particelle di origine naturale sono molto eterogenee, comprendono infatti le polveri minerali trascinate dai venti, le emissioni vulcaniche, i fumi provenienti da incendi boschivi, ma anche gli spruzzi marini e il cosiddetto aerosol biogenico. Quest'ultimo è costituito da pollini, spore fungine, frammenti vegetali, microorganismi e altro materiale di origine biologica. Le particelle originate dall’attività dell'uomo derivano dall’utilizzo dei combustibili fossili (riscaldamento domestico, centrali termoelettriche, inceneritori); dal traffico urbano, tramite le emissioni degli autoveicoli, l’usura dei pneumatici, dei freni e del manto stradale e dai processi industriali (miniere, fonderie, cementifici, ecc.). Da segnalare anche le grandi quantità di polveri che si possono originare nel corso di varie attività agricole. Il tempo di permanenza in aria delle particelle dipende dal loro diametro. Tra i meccanismi di rimozione delle polveri dall'atmosfera ricordiamo la deposizione secca al suolo, sulla vegetazione o sulle acque e la deposizione umida ad opera delle nubi e della pioggia.
Nell’aria delle nostre città sono presenti polveri soprattutto a causa del traffico veicolare e degli impianti di riscaldamento. Tutti i mezzi di trasporto emettono polveri fini. In ogni caso i veicoli diesel, sia leggeri che pesanti, emettono un quantitativo di polveri, per km percorso, maggiore rispetto ai veicoli a benzina, riconosciuti comunque responsabili della produzione di piccole quantità di questo inquinante. Per quanto riguarda il riscaldamento, possono emettere polveri in particolare gli impianti alimentati a gasolio, olio combustibile, carbone o legname.

Quale rischio comportano

Le prime segnalazioni sugli effetti sulla salute legati all'inquinamento atmosferico risalgono alla metà del secolo scorso. Nel 1952 lo smog di Londra, derivante dall'impiego di combustibili "sporchi" e costituito principalmente da polveri ed anidride solforosa, causò la morte di circa 4.000 persone. Questo fu uno degli eventi che indussero i governi a adottare misure contro l'inquinamento atmosferico, in particolare nelle città, introducendo standard di qualità dell'aria. La qualità dell'aria nelle aree urbane è tuttavia ancora preoccupante nei paesi sviluppati, ma ancor più nelle nazioni in via di sviluppo. Minore è la dimensione delle particelle, maggiore è la loro capacità di produrre effetti dannosi per la salute, sia per la maggiore capacità di penetrazione e di assorbimento nel polmone, sia perchè le frazioni più grossolane sono biologicamente meno attive. Le particelle di diametro compreso tra 7 e 15 micron si depositano soprattutto nella trachea e nei bronchi, quelle tra 3 e 5 micron si depositano sia nella regione tracheobronchiale, sia nel polmone profondo, le particelle inferiori a 2,5 micron si depositano prevalentemente nel polmone. Il meccanismo d'azione è poco noto. Certamente svolgono un ruolo le sostanze tossiche, irritanti o cancerogene veicolate dalle particelle. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato un'associazione tra incremento della concentrazione di polveri fini (PM10 e PM2,5 aventi diametro inferiore rispettivamente a 10 µm e a 2,5 µm) e aumento della mortalità e della frequenza di malattie, in particolare negli individui affetti da patologie respiratorie, come l'asma e la broncopneumopatia cronica ostruttiva, o cardiovascolari; negli anziani e nei bambini.
Fonti autorevoli stimano che l'esposizione a livelli di particelle aerodisperse superiori ai limiti indicati dall'OMS sia responsabile di circa il 2-6% di tutte le morti in zone urbane e in particolare della mortalità per cancro alla trachea, bronchi e polmone (5% del totale), per patologie cardiorespiratorie (2% del totale) e per infezioni respiratorie (1% del totale). L'insieme dei dati a disposizione suggerisce che variazioni a breve termine dell'esposizione a polveri siano associate ad effetti acuti sulla salute (riduzione della funzionalità polmonare, sintomi respiratori, aumentato consumo di farmaci, perdita di giorni di scuola) anche a bassi livelli di esposizione (inferiori a 100 µg/m3). Da qui la particolare attenzione degli enti preposti e dell'opinione pubblica ad un monitoraggio continuo delle polveri. E' opportuno ricordare che esistono ancora alcune aree di incertezza. Non sono noti ad esempio i meccanismi biologici che sono alla base dell'incremento delle patologie. I principali studi epidemiologici effettuati per dati aggregati non consentono inoltre di tener conto dei fattori individuali favorenti le malattie quali il fumo, l'attività lavorativa, ecc.. Vanno inoltre identificati con maggior precisione i gruppi di popolazione potenzialmente a rischio e le caratteristiche (dimensione, composizione chimica) delle particelle maggiormente responsabili degli effetti riscontrati. Le ipotesi più recenti attribuiscono un ruolo importante alle particelle ultrafini (diametro inferiore a 0,1 micron) e ai metalli associati alle particelle. Va ricordato inoltre che le polveri aerodisperse favoriscono la formazione di nebbie e nuvole, costituendo i nuclei di condensazione attorno ai quali si condensano le gocce d’acqua. Di conseguenza favoriscono il verificarsi delle nebbie e delle piogge acide, che causano la corrosione dei materiali da costruzione (marmi e metalli) e danni alla vegetazione.

Come si rilevano

Per valutare l'inquinamento atmosferico attualmente si fa riferimento al PM10 e al PM2,5. La misura del PM10 viene effettuata in continuo tramite apposite centraline fisse o mobili. La valutazione analitica quantitativa viene eseguita determinando la quantità di polveri “catturate” da setti porosi secondo precise metodiche standardizzate.
Il PM2,5 costituisce un parametro di valutazione dell'inquinamento particolato sul quale è necessario investire nei prossimi anni, in termini di azioni di monitoraggio. A livello regionale si stanno installando i primi misuratori sperimentali di PM2,5. Sono attualmente in corso di esecuzione una serie di studi a livello europeo ed italiano, finalizzati all’individuazione entro l’anno 2005, dei limiti relativi alle concentrazioni in aria di tale inquinante, secondo i tempi ed i modi indicati dalla Direttiva Europea 99/30/CE.

Cosa dice la legge

La normativa italiana ha fissato per le polveri inalabili PM10 i valori limite di 24 ore ed annuale per la protezione della salute umana, il margine di tolleranza, le modalità di riduzione di tale margine e la data alla quale i valori limite devono essere raggiunti.
Il Decreto Legislativo n. 351 del 4 agosto 1999 identifica come valore limite il livello fissato in base alle conoscenze scientifiche al fine di evitare, prevenire o ridurre gli effetti dannosi sulla salute umana o per l'ambiente nel suo complesso; tale livello deve essere raggiunto entro un dato termine e in seguito non superato.
Il Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 60 del 2 aprile 2002 stabilisce che i valori limite per le polveri PM10 entreranno in vigore a partire dal 1° gennaio 2005. I valori limite si intendono superati se e solo se, in ciascuna stazione, il numero di superamenti è maggiore a quello indicato dal D.M. 60/02 (35 per anno). La riduzione dei margini di tolleranza, in termini di scarto rispetto al valore limite, risulta significativa ai fini del confronto con i livelli di concentrazione degli inquinanti, per verificare che vengano rispettati i valori limite stabiliti dal D.M. 60/02 entro i termini descritti.

Per il PM10=> Valore limite annuale al 1° gennaio 2005 => 40 µg/m3
=> Valore limite giornaliero al 1° gennaio 2005 => 50 µg/m3
    (da non superare più di 35 volte l’anno)

Il Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 163 del 21 aprile 1999 individua i criteri ambientali e sanitari in base ai quali i Sindaci possono applicare misure di limitazione della circolazione veicolare al fine di ottenere un concreto miglioramento della qualità dell’aria in ambito urbano. Il D.M. 163/99 è stato modificato dal D.M. 60/02 per adeguarlo ai contenuti di tale decreto e del D.Lgs. 351/99. I Sindaci dei Comuni appartenenti agli agglomerati ed alle zone in cui sussiste il superamento ovvero il rischio di superamento del valore limite giornaliero per le polveri PM10, possono adottare misure di limitazione della circolazione per determinate categorie di veicoli. Tali misure possono essere modulate sulla base delle previsioni di miglioramento o peggioramento dello stato della qualità dell’aria.
Il D.Lgs. 351/99 fissa inoltre i criteri per stabilire dove è obbligatorio il monitoraggio della qualità dell’aria tramite rete fissa. La misurazione è obbligatoria nelle seguenti zone:
  1. agglomerati;
  2. zone in cui il livello, durante un periodo rappresentativo, e' compreso tra il valore limite e la soglia di valutazione superiore stabilita ai sensi dell'articolo 4, comma 3, lettera c);
  3. altre zone dove tali livelli superano il valore limite.

Chi controlla

Le Agenzie ambientali, nazionale, regionali e della province autonome di Trento e Bolzano hanno le competenze in materia di controlli dell’aria ambientale e delle emissioni in atmosfera.
L’ARPAV, attraverso i Dipartimenti Provinciali e l’Osservatorio Aria, effettua il controllo dell’inquinamento atmosferico effettuando il monitoraggio di diversi parametri. Esiste infatti una rete di rilevamento, prevalentemente in ambito urbano, costituita da centraline fisse e mobili in grado di fornire dati che vengono successivamente elaborati e restituiti come informazioni attraverso attività di reporting ambientali.
L’ARPAV rileva costantemente i valori di PM10 presenti nell'aria attraverso centraline automatiche e manuali, con frequenza giornaliera, secondo quanto previsto dal D.M. 60/02. Sul sito internet dell’Agenzia si possono consultare i dati in diretta (bollettino giornaliero PM10) e quelli validati, che si riferiscono alle centraline posizionate nei principali centri urbani.

Prevenzione

A partire dagli anni ’70, in tutti i paesi industrializzati il numero di veicoli in circolazione è andato incontro ad una crescita costante. Attraverso l’emissione di polveri fini, monossido di carbonio, ossidi di azoto e composti organici volatili (come gli idrocarburi aromatici policiclici e il benzene), le automobili e gli altri mezzi di trasporto stradali contribuiscono in misura preponderante a determinare una scarsa qualità dell’aria nei centri urbani. La limitazione dei livelli di concentrazione delle polveri nelle nostre città non può che avvenire attraverso la riduzione dell’inquinamento da traffico veicolare e, in particolare quello causato dalle polveri fini. Diverse sono le soluzioni che si possono adottare. Alcune elencate di seguito presentano caratteristiche di innovazione tecnologica, altre di "educazione" ad un uso alternativo del mezzo di trasporto privato:

  • incentivazione di forme alternative di mobilità urbana, come il trasporto pubblico, il car-pooling (condivisione del mezzo privato da parte di più passeggeri) e l’uso della bicicletta;
  • riduzione delle emissioni per km di strada percorso, attraverso l’impiego di veicoli e di carburanti più puliti;
  • utilizzo di mezzi di trasporto elettrici e di autoveicoli più piccoli e leggeri, in modo da ridurre il consumo di carburante e dunque le emissioni di natura inquinante;
  • contenimento delle polveri risollevate dalla carreggiata attraverso un frequente lavaggio delle strade, specie durante i periodi nei quali le concentrazioni in aria sono più elevate e le precipitazioni piovose scarse;
  • controllo periodico delle emissioni dallo scarico dell’automobile per monossido di carbonio, ossidi di azoto ed idrocarburi, inquinanti che partecipano alla formazione delle particelle secondarie.

Per saperne di più



Tipologia delle particelle aerodisperse


Tipologia delle particelle aerodisperse

Valori limite delle polveri atmosferiche


Valori limite delle polveri atmosferiche

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